Appena presentato il restauro del Trionfo della Morte che Buffalmacco dipinse per il Camposanto di Pisa, mirabolante messa in scena di un’esortazione morale.

Oltre venti anni e 7 milioni di euro per completare un progetto di restauro dal sapore davvero epico. Sabato 7 aprile presso l’Opera della Primaziale Pisana è stato presentato il restauro del Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco, l’ultima opera del ciclo pittorico trecentesco che decorava il Camposanto di Pisa, gravemente danneggiato nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Diretti nell’ultimo decennio da Antonio Paolucci, i restauri si sono avvalsi di biotecnologie e tecnologie del tutto innovative. Tanto per cominciare la ripulitura è stata affidata ad un selezionato team di batteri: a loro il compito di mangiarsi il materiale organico senza intaccare l’opera pittorica (idea di Giancarlo Ranalli dell’Università del Molise). Quindi la soluzione che permetterà la ricollocazione dell’opera nella sua sede originaria: un grande termosifone installato dietro al dipinto, in grado di attivarsi automaticamente in caso di pericolo condensa, perché ad una certa età l’umidità può rivelarsi fatale. Occorrerà tuttavia ancora un po’ di pazienza per vedere il monumentale affresco (15 metri per 5,6 di altezza) nel Camposanto di Pisa: la sua reinstallazione è prevista per il 17 giugno, quando la città toscana celebrerà i festeggiamenti del patrono San Ranieri.

L’opera di Buffalmacco è davvero una fantasmagoria visiva di sorprendente vivacità e crudezza. Paolucci stesso ne ha parlato come della Cappella Sistina dei Pisani, e non è difficile comprenderne le ragioni. Grande come un trilocale (80 metri quadrati non calpestabili, vista cimitero), ospita al suo interno oltre sessanta personaggi chiamati ad animare almeno tre grandi nuclei narrativi di tono moralistico: le Storie dei Santi Padri (con la leggenda del monaco Macario), il Giudizio Universale e il Trionfo della Morte. Protagonista indiscussa della sequenza è una morte volitiva, eccentrica e annoiata come una rockstar, che imbraccia la sua falce come una Gibson per lanciarsi in un riff di sonni eterni. Il resto è una vertigine di opposti e contrari: angeli e demoni, spiriti dannati e anime beate, monaci saggi e giovani irresponsabili. Una classica allegoria della morte, si direbbe. Non fosse che è praticamente la prima, e quindi è lei che stabilisce cos’è un classico. Come Chuck Berry.

Dipinto tra il 1336 e il 1341, quindi prima ancora della Peste Nera che flagellerà l’Europa a partire dal 1347, il dipinto precede e – verosimilmente – ispira buona parte dei Trionfi della Morte successivi. In Italia sono cinque i principali esempi di questo tema pittorico tra il macabro e l’allegorico, tutti realizzati tra il XIV e XV secolo. Il più celebre è quello di Palermo, custodito a Palazzo Abatellis. Poi Clusone (Bergamo), Lucignano (Arezzo) e quello a noi più familiare: il Trionfo della Morte del Sacro Speco, a Subiaco. Complessivamente una corale interpretazione del tema della morte che attraversa tutto lo Stivale da Bergamo a Palermo: ognuno dei dipinti citati mostra una diversa interpretazione della protagonista e diversi tratti di reciproca somiglianza. A Subiaco, Lucignano e Palermo la Morte cavalca un destriero al galoppo. A Subiaco colpisce con la spada, mentre a Lucignano e Palermo colpisce con arco e frecce. Tutte le versioni, ad esclusione (stranamente) della sola siciliana, utilizzano l’italiano volgare con una funzione didascalica più o meno articolata.

 

Pisa a Subiaco hanno un legame particolare rispetto alle altre, tuttavia. Lo riconosciamo nella sorprendente somiglianza della Leggenda del Monaco Macario, che nel Sacro Speco troviamo a decorare la parete opposta alla cavalcata della Morte. È come se gli artisti senesi che operarono nel monastero laziale, fortemente ispirati da quel genio malandrino di Buffalmacco, avessero deciso di replicarne l’opera più imponente sintetizzandola per evidenti limiti di spazio in due episodi, “splittati” su pareti contrapposte. Nota anche come Leggenda dei tre vivi e dei tre morti, il dipinto descrive il poco gradevole incontro di tre giovani nobili con un anziano monaco che, senza troppi complimenti, gli sbatte in faccia cosa diventeranno dopo morti. Come? Nell’unico modo in grado di persuadere tre vitelloni medievali dell’amoralità della loro condotta: mostrandogli tre bare comprensive di inquilini in evidente stato di decomposizione. Oppure di tre stadi della decomposizione attraversati da un solo cadavere del tutto somigliante ad uno dei giovani vivi, come sembra accadere nel caso sublacense (forse il tentativo di conciliare nella simultaneità del momento rappresentato la gradualità del processo di decomposizione di un singolo corpo e l’universalità del fenomeno). Poco importa questo dettaglio: il tema resta l’esortazione nei confronti di questi giovani disgraziati, chiamati a recuperare una dimensione spirituale che permetta loro di guadagnarsi un destino ultramondano più confortante del diventare la portata principale in un festino per vermi.

Insomma: il messaggio mi sembra chiaro. Il 17 giugno si va tutti ad ammirare la luminaria di San Ranieri e il Trionfo della Morte di Buffalmacco. Ma prima c’è tutto il tempo per andare a Subiaco a scoprire (o ripassare) i segreti di quella straordinaria morte amazzone che accompagnava i pellegrini lungo la Scala Santa del Sacro Speco.