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L’Italia marginale nel sistema-Paese che verrà
di Paolo Sbraga
Pubblicato il 1 Mag 2020
Rubrica: Approfondimenti
di Paolo Sbraga
Pubblicato il 1 Mag 2020
Rubrica: Approfondimenti

Il tema del ruolo dei paesi nella ripartenza dopo il lockdown si sta dimostrando molto più vivace ed esteso di quanto potesse apparire in un primo momento. Sul web ogni giorno mi imbatto in articoli, interventi e riflessioni a riguardo, anche se non escludo che questo fenomeno sia legato solo alla mia percezione. O meglio: alla straordinaria capacità di cui gli algoritmi di Facebook e Google danno sfoggio nel sottoporre alla mia attenzione articoli, interventi e riflessioni su un tema che mi sta particolarmente a cuore. Gli algoritmi sono molto premurosi nei confronti dei naviganti digitali.

Proprio oggi mi è capitato sotto gli occhi l’intervista rilasciata da Franco Arminio a Fanpage, che potete raggiungere attraverso il link qui sotto. Non sono sicuro che sia il suo intervento più illuminante: seguo affettuosamente da anni il poeta-paesologo di Bisaccia ma in questi mesi ho faticato non poco a tenere il passo dei suoi pensieri. La quarantena pare aver rinvigorito lo spirito di uno che da oltre quarant’anni promuove l’attenzione nei confronti dei paesi dell’entroterra italiano, vessati dallo spopolamento e da una sostanziale marginalizzazione, al punto da trovarsi oggi consulente del Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Provenzano. E devo ammettere che se ho letto per intero questa intervista è soprattutto perché su Facebook il titolo del link riportava la perentoria affermazione “Contro il coronavirus torniamo nei piccoli borghi. Meno turisti e più contadini.

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Naturalmente la frase riportata è una provocazione, peraltro figlia più della scelta del redattore che delle parole del paesologo. La riflessione di Arminio è in larga parte condivisibile, anche se lasciata come sempre su un piano poco calato nella concretezza, come si giusto che sia quando a parlare è un poeta. Tra le cose dette molto bene ne riporto una in particolare:

 

La modernità che io immagino sarebbe plurale: ci sarebbe spazio per Milano ma anche per Bisaccia, per Roma e Palermo ma anche per un piccolo borgo dell’Appennino. In pochi altri paesi europei come nel nostro si possono conciliare mondo arcaico e modernità. Non dobbiamo dimenticare il patrimonio che abbiamo: non solo le grandi città d’arte, ma anche le cime alpine, gli aranceti, la biodiversità. La mia stella polare non sarebbe Milano, ma magari Castelluccio di Norcia.

Franco Arminio

Appuntatevi questo termine: pluralità. È la chiave di volta per il futuro di cui abbiamo bisogno, forse l’unica a poter essere adottata per l’intero Stivale senza trascurare le identità territoriali. Perché bisogna sempre tenere presente che le aree interne sono appenniniche alpine, adriatiche e tirreniche, e ogni singola realtà ha le sue peculiarità, la sua storia e una terapia da identificare perché possa essere ripopolata. Ma in ogni caso l’Italia deve tornare ad essere policentrica, abbandonando ogni pretesa di polarizzazione.

Superare la visione oppositiva centro/marginalità

Lo spopolamento della nostra area interna ha diverse cause, di cui alcune culturali molto difficili da affrontare. Tuttavia una causa principale e specifica è costituita dallo sbilanciamento di ogni risorsa (economica, politica, artistica, religiosa, turistica, commerciale, sportiva) tra la Capitale e i territori circostanti. Territori di cui è difficile individuare i confini, in realtà: il fenomeno coinvolge mezzo centro Italia, non la sola provincia (da qualche anno Città Metropolitana di Roma Capitale grazie ad una emblematica forzatura linguistica e concettuale scelta per assecondare la soppressione della provincia). Questo sbilanciamento ha contribuito ad alimentare un’eccessiva concentrazione demografica da una parte e un inesorabile processo di desaturazione sociale dall’altra, col risultato che si è rimasti tutti sconfitti. I paesi, certo, ma anche Roma, diventata paradigma della scarsa qualità della vita ben prima che il Covid gridasse alla nudità del re. Gestione dei rifiuti fuori controllo, traffico insostenibile, microcriminalità, marginalizzazione delle periferie e delle fasce più deboli della popolazione… Roma era contaminata molto prima del contagio.

Tutto questo non lo scrivo per sfogo, che sarebbe stupido e improduttivo, quanto per sostenere due premesse che reputo necessarie: la prima è che riabitare le aree interne del centro Italia, ripopolare i piccoli borghi appenninici, serve ai territori non meno di quanto serva a Roma e al suo equilibrio. Da cui deriva che centro e marginalità devono condividere i medesimi obiettivi e non lottare l’uno contro l’altra. Di più: devono confrontare i rispettivi punti di vista per individuare la strada verso una sostenibilità territoriale condivisa. C’è un problema tuttavia a monte di questa condivisione: da entrambe le parti al centro deve essere messo l’uomo e il rispetto della sua dimensione sociale, prima ancora degli interessi economici o politici. Se vi sembra che stia camminando sul crinale che separa lo sviluppo territoriale dalla poesia, siete arrivati davanti al grande inganno da scardinare: pensare che dar vita ad un umanesimo nuovo sia poesia anziché strategia.

Tenere il punto

La seconda premessa riguarda l’idea che il Covid possa rappresentare un’occasione storica per recuperare la centralità dei borghi, e lo sostengo con forza. Ma non è il fattore scatenante di questo processo. Non è l’epidemia a creare la necessità di tornare a vivere nei paesi. Lo dimostra anche il fatto che l’attenzione verso l'”Italia minore” affonda le sue radici in politiche di coesione territoriale tardive ma portate avanti da anni, sebbene non proprio speditamente. Che siamo di fronte all’occasione di rimettere i margini al centro dell’agenda è dunque vero, ma non facciamo che al primo vaccino ci diamo una stretta di mano e tutto torna come prima, assecondando il vecchio adagio passata la festa gabbato lo santo. Ho sempre sostenuto che – a livello locale – il disequilibrio tra la metropoli e i territori circostanti fosse talmente incancrenito e le disfunzioni talmente sistemiche che solo un evento traumatico avrebbe potuto permetterci di ricostruire un sistema più virtuoso. L’evento è arrivato. Sarà stato sufficientemente traumatico da innescare una duratura necessità di cambiamento?

Chiudo qui la riflessione passando il testimone ad Antonio De Rossi e Laura Mascino, docenti dei politecnici – rispettivamente – di Torino e Milano, tra gli autori di Riabitare l’Italia (Donzelli, 2019) e del recente intervento [Riflessioni] Sull’importanza di spazio e territorio nel progetto delle aree interne (AgCult, 30 aprile 2020). Pur tenendo presente la necessità di affrontare il tema in chiave territoriale, concentrandosi sulle singole aree e le loro odierne interconnessioni con i sistemi cittadini, i testi sono illuminanti per chi volesse conoscere un punto di vista “nazionale” sull’argomento.

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